L’economia cinese supera quella degli Stati Uniti

Per descrivere una condizione teoricamente impossibile, gli anglosassoni usano il termine molto efficace di l’inferno si congela (quando l’inferno si congela, ndr). Alla luce di quanto accaduto, si può dire che se l’inferno non si fosse congelato, avrebbe sicuramente nevicato. Copiosamente. Pieno superlavoro social media del neo-guarito Donald Trump, intento a glorificare il mercato e l’economia degli Stati Uniti e vantando resoconti da presentare alla Cina per la pandemia, una vera autorità di mercato come John Authers ha deciso di sfidare ogni tabù e dedicare la colonna sua su Bloomberg a un tema che fino a poche settimane fa appariva come lunare. Cioè, il riconoscimento del fatto che La Cina ha superato la sua Momento di Minsky e che, oggi, il suo mercato delle obbligazioni sovrane riflette un andamento della condizione economica più credibile e meno manipolato di quello riflesso dai Treasury USA.

Insomma, Pechino ei suoi numeri meritano fiducia, Washington non più. O, almeno, non troppo. Fiocchi di neve negli inferi, appunto. Ma la questione appare più politica di quanto possa sembrare in superficie, dal momento che è alla base di una messa in discussione silenziosa ma sempre più palese dell’intero quadro economico dell’amministrazione Trump, dopo alcuni trimestri di luna di miele bipartisan di fronte alle cavalcate di Wall Street e i numeri della disoccupazione. Quindi, Covid. E un allarmato riconoscimento che, in alcuni ambienti, lascia spazio anche a una visione così coscienziosa da apparire plausibile: i quattro anni trascorsi in Pennsylvania Avenue di ciò che i media rappresentano come un raggiunto impresentabili erano il prezzo necessario che gli Stati Uniti hanno dovuto pagare per vedere la via aperta verso un approccio diverso alla lotta per l’egemonia mondiale.

Cioè smettila di criticare la Cina per l’assenza di mercato e vai oltre il Rubicone del deficit sistemico stesso, rafforzato da una Fed ormai incline al concetto di Qe perenne. Anche perché proprio nel weekend e con una decisione a sorpresa, ha comunicato la Banca Centrale di Pechino (PBOC) che a partire dal 12 ottobre l’obbligo di riserva in yuan del 20% imposto alle banche cinesi nel 2018 sui controvalori delle transazioni in valuta estera sarà ridotto allo 0%. Una mossa che nel brevissimo periodo viene letta come l’immediata risposta all’apprezzamento record della valuta Dragon nei confronti del dollaro registrato il 9 ottobre, balzo ai massimi in 17 mesi e il più forte incremento infragiornaliero dal 2005, garantito dalla crescita nelle possibilità elettorali di Joe Biden e della sua agenda per ammorbidire le relazioni sino-americane.

Ma più di un analista sottolinea che questa scelta rappresenta in realtà un ulteriore passo verso un meccanismo di determinazione del prezzo in valuta di mercato dello yuan, una rimozione di fatto restrizioni alla negoziazione di derivati ​​che assume la forma di un invito agli investitori stranieri. Un’altra spruzzata di neve nel regno di Belzebù, insomma. Ma tornando all’analisi di Authers, questa analisi di Authers si basa fondamentalmente su questi due grafici

il primo dei quali mette a confronto l’andamento dei titoli di Stato cinesi e statunitensi, evidenziandone il netto coppia avvenuta tra le due tendenze di resa a partire dalla primavera. Cioè dall’inizio delle operazioni di stimolo anti-pandemico globali. La Fed attraverso un Qe rafforzato e un piano di intervento combinato con il supporto del Tesoro, la Cina attraverso due iniezioni mostro di liquidità attraverso il cosiddetto Total Social Financing. Sistema bancario ombra incluso. Stesso grafico, due storie totalmente diverse. La distinzione? Al netto delle criticità macro e della veridicità più o meno palese degli ultimi dati, l’onnipresenza della Fed, che di fatto opera già oggi in modalità giapponese: controllo sulla curva dei rendimenti. Per ora travisato da Qe ma che, se la situazione lo rende necessario, potrebbe giustificarsi in qualcosa di statutario, seppur temporalmente limitato a livello ufficiale.

Più interessante, infatti, il secondo grafico. Chi confronta i rendimenti correnti con i rendimenti prospettici rispetto al cosiddetto modello a 4 fattori, ovvero un modello che incorpora e combina quattro elementi per ottenere una sorta di tracciamento in tempo reale dei tassi statunitensi: livello di liquidità, dati ISM relativi al settore dei servizi, rapporto di valutazione rame / oro e tasso di cambio del biglietto verde rispetto al Dollaro australiano.

E cosa ci dice questa netta discrepanza tra i due rendimenti comparativi? Che per ottenere un incremento simile a quello implicitamente tracciato dal modello, ne sarebbe necessario uno svendita equità tra il 10% e il 15%. A molti, quasi certamente, non piacerebbe. Ma, paradossalmente, non lo escludono.

Perché come mostra questo grafico

A differenza di quanto avvenuto dopo i ribassi di marzo e aprile, i tonfi di settembre non hanno registrato un aumento degli acquisti sui minimi. In effetti, il rapporto di acquisto / vendita tra gli addetti ai lavori dei grandi gruppi statunitensi, storicamente i canarini nella miniera delle cosiddette mosse soldi intelligenti, è oggi ai minimi assoluti, mentre in primavera ha raggiunto massimi storici. Allo stato attuale, preferiamo stare alla finestra, in attesa di capire se il fiume romperà o meno gli argini.

E qui arriva la figura meno apocalittica finanziariamente e più politica. Non a caso, John Authers menziona chiaramente – fin dal titolo – il fatto che la Cina ha finora superato il suo Momento di Minsky, o il punto di non ritorno in termini di sostenibilità sulla traiettoria della dinamica del debito. Che questo sia più o meno vero, sembra davvero difficile da sostenere. Ciò che è interessante evidenziare nell’articolo è ciò che esprimono questi due grafici

relative alle previsioni del debito a lungo termine preparate dal Congress Budget Office e appena pubblicate. La prima mostra come il regime di Qe instaurato stabilmente da un decennio vede il deficit statunitense salire da una media del 4,8% del PIL tra il 2010 e il 2019 ad una media del 10,9% previsto tra il 2041 e il 2050, portando ovviamente con sé un conseguente ed esponenziale aumento in debito. In un tale regime, la spesa netta per interessi cresce molto rapidamente, pesando quasi totalmente sull’aumento del disavanzo totale degli ultimi due decenni considerato dalla proiezione. Una tendenza insostenibile. In effetti, ecco il file Momento di Minsky Americano. E il secondo grafico mette in prospettiva questa dinamica: davanti a questo passo, da qui a trent’anni, nient’altro che iperinflazione strutturale o una guerra con i suoi guerra operando come un moltiplicatore del PIL potranno salvare gli Stati Uniti dall’annegamento del debito.

E ciò che fa paura è il fatto che conclusioni simili provengano dal Congress Budget Office, anche se possono apparire come suggerimenti da un blog catastrofico. E ciò che colpisce è anche il fatto che in concomitanza con l’uscita inaspettata di John Authers, uno dei massimi economisti della Fed, Neel Kashkari, abbia avuto l’audacia di conversare con Cnbc – a confermare che a suo avviso non c’è traccia di azzardo morale nel fatto che il bilancio della Fed ha appena varcato il Rubicone di 7 trilioni di dollari. Piuttosto. Alla domanda sulla necessità che la Federal Reserve si fermi e rifletta sul da farsi, arrivando anche all’ipotesi di un ritiro graduale, ecco che Neel Kashkari sembra svelare le carte: quantificando in altri 3,5 trilioni di dollari il valore del Qe necessario per tamponare la situazione aggravata da Covid, l’economista ha stabilito che “la Fed non accenderà mai un incendio boschivo oggi, solo per evitarne uno più grande domaniInsomma, una sorta di vita quotidiana. Anzi, la conferma delle terrificanti previsioni del Budget Office. Non a caso, Wall Street da qualche giorno vive esclusivamente sull’onda dell’entusiasmo – spesso autoalimentato – per una rapida approvazione del nuovo pacchetto di stimoli per l’economia, atto prodromico all’instaurazione di un regime di benessere assoluto a breve termine.Una sorta di fase transitoria e tutta elettorale di soldi dell’elicottero, in attesa di capire quale strada prendere per restare a galla. Forse, seguendo l’esempio cinese. A quel punto, l’inferno sarà davvero congelato.

Barbara Matro

Barbara Matro

Linguista esperto e professionista della comunicazione con esperienza pluriennale lavorando su progetti di copywriting, transcreation, implementazione creativa e localizzazione per una vasta gamma di clienti e agenzie globali. Pensatore creativo, creativo e comprovata esperienza di lavoro sotto pressione con scadenze strette per soddisfare le aspettative del cliente e superarle. Spinto dallo spirito imprenditoriale, dallo scopo e dalla mentalità creativa per anticipare le esigenze del cliente e elaborare strategie personalizzate.

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