Coronavirus, Pechino indaga ancora sui surgelati importati per spiegare la pandemia – Corriere.it

Lo sostengono le autorità sanitarie di Pechino il coronavirus ora è solo un problema di importazione. In tutta la Cina vengono rilevati in media 10-20 casi al giorno, quasi tutti provenienti dall’estero. La narrativa del governo batte pesantemente anche sui prodotti alimentari importati. In particolare su quelli che arrivano congelati e sulla loro confezione. Di tanto in tanto i contenitori utilizzati per la catena del freddo finivano sul bancone dell’imputato Maiale tedesco, ali di pollo brasiliane, manzo argentino, filetti di pesce indiano, Salmone scandinavo e canadese, di gamberetti sudamericani. Prodotti spediti da decine di paesi, nelle cui confezioni adatte alla catena del freddo sono state ufficialmente isolate alcune tracce virali.

Lo dice l’Organizzazione mondiale della sanità il coronavirus ha dimostrato di resistere alle basse temperature per giorni, ma aggiunge quello altamente improbabile che Covid-19 si diffonda dal cibo o dal suo imballaggio; Gli scienziati di tutto il mondo non hanno trovato prove in merito. Ma Pechino, bloccata la diffusione interna, insiste sul fattore importare, vaglia le spedizioni in arrivo nei porti e negli aeroporti e fornisce alla stampa di Stato un flusso di notizie sull’individuazione delle spedizioni contaminate inviate da Paesi in cui l’epidemia è ancora diffusa.

L’ultimo allarme riguarda due contenitori di pesce indiano e uno di salmone russo. Quando viene trovata una spedizione contaminata, tutto il personale che lavora nelle aree portuali dove vengono effettuati i controlli viene messo in quarantena e tamponato. Ma finora nessun operatore portuale cinese è risultato positivo in queste ricerche. Il danno commerciale per gli esportatori mondiali di cibo è enorme, perché da quando il coronavirus è stato messo sotto controllo in Cina, l’opinione pubblica ha grande fiducia nelle autorità sanitarie e nei loro comunicati che gettano sospetti sugli alimenti importati. La domanda è finita sul tavolo dell’Organizzazione mondiale del commercio, presentato dal Canada che ha accusato Pechino di utilizzare il coronavirus come scusa per restrizioni commerciali ingiustificate. Si sta formando un fronte di grandi paesi esportatori che chiedono alla Cina di porre fine ai test di propaganda sugli imballaggi alimentari. Comprende Australia, Brasile, Messico, Gran Bretagna, Stati Uniti e Canada.

È improbabile che Pechino abbandoni la sua campagna sui prodotti importati, perché serve da cibo la nuova narrativa politica secondo cui Covid-19 non è partito dal mercato della carne e del pesce di Wuhan a gennaio, ma proveniva da qualche altra epidemia straniera. Il primo sospetto dato all’opinione pubblica cinese a giugno è stato il salmone scandinavo dell’enorme mercato di Xinfadi di Pechino, dove è stata scoperta un’epidemia di coronavirus. Tracce virali sono state individuate nella zona di lavorazione del salmone, senza trovare alcuna prova che non fossero state diffuse dallo starnuto o dalla tosse di qualche lavoratore portatore dell’infezione.

Si è deciso di fare il tampone su un salmone congelato (risultato negativo). Ma per molti giorni i supermercati e i ristoranti della capitale dovettero giurare e spergiurare di non aver mai venduto pesce importato; coloro che in precedenza si erano vantati di avere un salmone canadese o norvegese si affrettarono a cambiare uomo e confessarono di aver mentito, spacciando il prodotto locale come straniero. Sarebbe divertente se la domanda non fosse estremamente delicata per le sue ripercussioni commerciali e sociali.

18 novembre 2020 (modifica il 18 novembre 2020 | 13:51)

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Vanna Piazza

Vanna Piazza

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