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Giudizio Universale. L’arte parla alla tecnologia.

Il Giudizio Universale di Marco Balich è un’esplosione di immagini, colori, suoni. Sembra quasi di sfiorare questi affreschi maestosi, l’arte di Michelangelo che si fonde con danze evocative. I corpi che diventano celesti, l’invisibile si materializza in una festa di suggestioni, anche olfattive. I blocchi di marmo raccontano la loro millenaria trasformazione, Adamo ed Eva s’incontrano danzando.

Lasciarsi trasportare dalla potenza della perfezione e da tutto ciò che l’arte rappresenta: un anelito verso l’infinito, l’inquietudine costante, la potenza e la fragilità umana. Dall’uomo a Dio, da Dio all’uomo, uno scambio rappresentato dalla figura di Papa Giulio II e da Michelangelo che camminano solenni in mezzo al pubblico.

Il soffitto e le pareti dell’Auditorium della Conciliazione sono stati allestiti per ricreare, a tratti, la Cappella Sistina. E grazie ad un’impeccabile grafica e multimedialità, si entra nell’affresco per osservare le figure che si muovono nello spazio, assumendo significati nuovi e inaspettati.

Sia le musiche originali (il tema principale è stato composto da Sting), sia gli effetti scenici hanno un grande impatto sul pubblico che non può non essere partecipe. Dei grossi fasci di luce attraversano la sala rendendo l’atmosfera ancora più spettacolare.

Benché le voci narranti siano pertinenti ed ammalianti, soprattutto quella di Pierfrancesco Favino che interpreta Michelangelo, avrei preferito ascoltare la voce dei personaggi in scena.

Nel complesso, il Giudizio Universale è un’operazione che sottolinea l’importanza di un dialogo aperto tra Arte e tecnologia, oggi, sempre più necessario. 

Il gran finale è una riflessione sulla maestosità della nostra identità culturale ed emoziona profondamente perché parte da un luogo molto più intimo.

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