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Come il Color Fest ha sbancato anche quest’anno

Scusate se la Calabria è decisamente una delle regioni più fighe d’Italia. In Calabria succedono tante cose a parte le sagre, ma la cosa più interessante, in ambito di festival musicali, è il Color Fest di Lamezia Terme, in forma adorabile dopo ben 6 edizioni. Un festival fresco nel pieno dell’estate calabrese, con una lineup sempre sul lato strettamente indie, che ogni anno porta grandi nomi come Afterhours, Verdena, Brunori Sas, Marlene Kuntz, Giorgio Canali con un cartellone sempre bello intenso che concede a Lamezia una spina dorsale musicale che poche altre città riescono ad avere. 

PRIMO GIORNO

Quest’anno l’evento trasloca a La Giurranda, un agriturismo a pochi chilometri da Lamezia nel cuore di un bellissimo Parco Naturale. Giusto il tempo di fare spesa allo stand del merchandise, ingollare una birretta refrigerante e scambiare due chiacchiere con Giulio Vita, direttore artistico de La Guarimba International Film Festival (che si svolge nel paesino di Amantea) e Nicoletta Grasso, direttrice artistica del Festival FRAC e fondatrice di CRAC. Galeffi sta ultimando il proprio set. Dal fondo riesco a captare una delle tracce dal suo lavoro, “Scudetto”. Esegue il compito con dovizia, Galeffi, ma sento solo quel brano, non saprei aggiungere null’altro. Spazio a Jacopo Incani, in arte IOSONOUNCANE, insieme con il chitarrista sardo Paolo Angeli  in un live che è il perfetto connubio tra due mondi musicali: un magma musicale ipnotico e violento di suoni che attinge da generi disparati: elettronica, pop, progressive, psichedelia, musica popolare. 

Non posso spendere parole d’encomio per il gruppo a seguire, il duo milanese Coma Cose, che ruba un po’ da De Gregori e tantissimo da Battisti. Non hanno mordente, sono insipidi e privi di spunti intriganti. 

Chi, invece, appare ben rodato e padrone del palco è Willie Peyote. Willie è un rapper di Torino, ha 32 anni e ha pubblicato quattro album—l’ultimo si chiama Sindrome di Tôret. È un disco che racconta della nostra società e del modo in cui i social network l’hanno influenzata. Nel suo rap Willie canta di di ipocrisia e libertà di espressione, ma anche di relazioni—sia con sé stesso che con gli altri. 

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Prima però, era toccato alla folgorante Donatella Rettore, esplosa letteralmente tra la fine degli anni 70 e i primi anni 80 inanellando una serie di successi micidiali e sdoganando temi scomodissimi, come la chirurgia estetica, inni al membro virile, satanismo armato e via discorrendo. Il bisturi tagliente non l’ha resa splendida splendente. Affatto. Però mostra la grinta di sempre e una forma fisica smagliante: potrebbe sembrare eccessiva e quasi trash, ma la sua immagine è ancora provocatoria, legata ad un approccio visionario, nostalgico, semplice e degno di una sognatrice; il sogno dei patinati anni 80 che l’hanno generata.

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Giunge il momento degli Zen Circus. È la seconda volta in poco meno di due anni che approdano a Lamezia, sempre per merito degli organizzatori del Color Fest. Sgomitando raggiungo il pit da dove assisterò al resto della rassegna. Mi metto in posizione ed eccoli sul palco, pronti ad azionare gli ampli. Immersi nella fitta nebbia dei fumogeni in cui penetrano luci arancioni, s’intravedono solo quattro buie sagome e ciò aumenta il coefficiente psicologico dell’intera performance. Il set è un excursus di tutti i loro album. Le band precedenti hanno accumulato un po’ di ritardo e oltre una certa ora non si può andare. Ciononostante la scaletta striminzita è d’impatto, violenta e carica, abbastanza per farmi prendere bene. La band di Appino dimostra comunque d’essere una matura e con un piglio collaudato in più di dieci anni di attività, i brani scorrono in un flusso senza soluzione di continuità.  

SECONDO GIORNO

La rassegna inizia alle 19 con Her Skin, Nimbi, Nel Giardino, a quell’ora dovevo ancora arrivare e non so cosa sia successo, mi spiace. Mi aggrego al popolo del Color intorno alle 20.00:  il sole cola a picco alla mia sinistra, le tenebre abbracciano lo spiazzo ormai gremito e Cimino, giovane cantautore cosentino di nascita ma bolognese d’adozione chiude il set. Si affaccia Francesco De Leo, il volto dell’Officina della Camomilla. Il suo album “La Malanoche”, è il viaggio artistico di  tra i bassifondi di un favela immaginaria nel Mar dei Caraibi e una qualsiasi provincia italiana: tra droghe sintetiche, mariachi, amori a pagamento, maschere di Paolo Conte e Satana. Un disco psichedelico dream pop, sospeso tra sogno e realtà. 

Cambio palco e alle 21.00 circa tocca a  Clap!Clap!, il nuovo progetto del produttore italiano Cristiano Crisci, aka Digi D’Alessio, una fusione esotica di ritmi tribali e bassi marcati, il sound di un futuro in cui l’Africa farà da star indiscussa. Un’ora di soddisfazione auricolare.

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Se non sapete chi siano i Bud Spencer Blues Explosion dovreste fare un ripassino dell’ultimo lustro musicale italiano. E non stiamo parlando di quel cantautorato sciatto che va tanto di moda. No, qui si parla di ferraglia incandescente, di ricerca costante e di brutalità mai fine a se stessa. Sono in due ma fanno più macello e sono più efferati di una band black metal. Acquisita la giusta maturità compositiva, Cesare Petulicchio alla batteria e Adriano Viterbini alla chitarra, tastiere e voce scorticano il rock restituendone la carcassa insanguinata. Cogliendo il testimone dai Verdena, i BSBE ci piombano addosso come un enorme Frankenstein che ci passeggia sul cranio, fanno scempio del cadavere senza il minimo cenno di pietà. Primordiale e belluino, questa è l’Italia che ci piace.

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Sembra che le etichette abbiano capito che il fenomeno di massa del momento non è tanto l’artista in sé, ma il contenitore—l’indie, appunto. E le case discografiche, quelle che dominano questo mondo (Bomba, 42, Maciste, Garrincha, Tempesta e così via) e che non hanno mai visto così tanto successo (e soldi), cercano di cavalcare questa tendenza immettendo sul mercato nuovi artisti con cadenza pressoché settimanale. Basti pensare a Frah Quintale (ma che genere fa?) il rapper che avrei potuto ascoltare a 15 anni, diventato uno degli artisti di punta di quella cosa che chiamiamo itpop, o indie pop, o rap melodico. Orgoglio millennial, king dello scaricabarile.

Una menzione speciale va a Quello sporco duo (un progetto di Francesco Villari e Peppe Porcino) per aver regalato al pubblico una performance delicata e mesta, un viaggio di un quarto d’ora attraverso le parole originali di Villari e di quelle dei più disparati riferimenti da Nietsche a Kafka passando attraverso Bukowski, Andrea G. Pinketts, Philip K. Dick, Valerio Evangelisti, Wilhelm Reich, Russell, Ballard, Camilleri e tutto quanto possa aver diritto a rivendicare un sedimento nella storia personale dei due.

C’è stato un ovvio cambio generazionale, si sono accalcati i fan di Cosmo, che ha chiuso la serata in modo superbo.Un esercito di persone che ballava sottopalco —in un benpresismo generale a livelli “cosmici”. Gente ostinata a ballare fino alla fine in un tripudio sonoro e visivo. Una scommessa vinta. Nel gioco del pop italiano, bene o male, tutto si dirige verso di lui, insieme a Thegiornalisti e Calcutta.

Insomma, la sesta edizione del Color Festival è stata una due giorni di buona musica in mezzo alla natura.

Le considerazioni generali sul festival sono poche ma certe: l’organizzazione non è stata impeccabile, mentre la scelta degli artisti è stata tra il classico e il coraggioso; eppure, anche stavolta ha funzionato alla grande.

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