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Lamezia Film Fest – Giorno 2

Come un diligente scolaretto, sono tornato al Lamezia Film Fest per la seconda giornata di incontri e proiezioni.

Oggi la sezione “Colpo d’occhio” si prende una pausa, mi sparo così il film “L’ultimo sole della notte” di Matteo Scarfò che violenta la realtà, la nostra realtà con un affresco di pura e abrasiva apocalisse. Per mettere le fondamenta al suo ambizioso film Matteo se n’è andato in giro per la Calabria alla ricerca di paesaggi desolati per la sua ambient quasi distopica. Ne esce fuori un opera sfuggente e dalla presa per niente immediata che flirta pericolosamente con James Ballard. Tuttavia è un po’ complesso entrare in sintonia con questo progetto, che ha quell’aria che di primo acchito induce ad affrontarlo con circospezione, sperando che prima o poi il suo fascino emerga, rivelandosi del tutto all’improvviso, come un’illuminazione, una di quelle belle idee che ti cambiano la giornata. Due ore di film e il nichilismo ostentato del protagonista, a tratti quasi fastidioso, non riescono a spazzare via il mio scetticismo: le rarefazioni elettroniche della colonna sonora, coi piedi saldi negli anni 70, m’hanno fatto però frizzare le sinapsi!

Si continua nel foyer per l’incontro con Valentina Lodovini e Mauro Uzzeo, rispettivamente attrice e sceneggiatore. Prima però si conversa con Matteo Scarfò, regista del film che ho appena visto il quale spiega rapidamente la genesi della sua opera. Valentina, che è umbra doc, ha un sorriso a tutto tondo e si espone all’appetito dei fotografi con grande simpatia e tranquillità: è minuta, dai modi serafici e gli occhi acuti e osservatori. Poi, illuminata da una luce itterica, si racconta sfoggiando un bagaglio di idee ed esperienze sulla sua passione per la recitazione niente male. Parla poi delle ansie che il mettersi a volte troppo sotto pressione può generare dribblando con eleganza l’argomento scandali sessuali più o meno comprovati. Mauro Uzzeo, sceneggiatore tra gli altri di Dylan Dog, ben piazzato e dallo sguardo sincero, rompe il ghiaccio con parecchi aneddoti da snocciolarci riguardo il perché e il percome sia finito a fare ciò e cosa abbia ispirato il processo creativo del film che vedremo di seguito (Monolith), e quasi si commuove quando cerca di descrivere il suo legame “epistolare”con Tiziano Sclavi.

Si conversa amabilmente e i due ospiti, con il supporto di Gian Lorenzo Franzì e Mario Vitale danno il meglio di sé perculando l’analfabetismo funzionale di tutti quei lettori indiñati che boicottano l’indagatore dell’incubo perché ritenuto “comunista”, il tutto con un’ironia che mi diverte moltissimo. Dopo sta bella chiacchierata, la Lodovini presa d’assalto da tanti follouà esaudisce ogni desiderio di selfie e video dei suoi fans.

Nonostante mi senta brasato, ho le forze per vedermi il prossimo film che è “Monolith” di Ivan Silvestrini scritto appunto, da Uzzeo e, minchia, nei primi minuti mi sono sentito proiettato nel passato, nella mia cameretta in uno di quei pomeriggi in cui mi serravo a chiave a vedere i B-Movie perché in teoria avrei dovuto studiare ma ero già consapevole che tutta quella paccottiglia che mi rifilavano a scuola non mi sarebbe servita a una mazza e che la Cultura me la sarei dovuta fare sui libri e film scelti da me. “Monolith” è spazio aperto e strada, è un viaggio inquietante e polveroso che attraversai deserto fra Utah e California, il mezzogiorno di fuoco che rivela atmosfere quasi Morriconiane che fra sparatorie e bare svelano un gioiello, ed un ritorno al passato.
Eh be’, la tentazione di attaccarvi un pippone intergalattico facendo il ganzo con aria stizzita e disgustata su come mai ad un certo punto questo film naufraghi nel buonismo squisitamente americano è forte, ma ve la risparmierò anche perché come ho scritto prima sono brasato ed ho bisogno di un pò di carboidrato liquido per umettare i neuroni.

 

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