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Tape #51, Kerouac a teatro

Sono stato un tredicenne profondamente inferocito come solo gli adolescenti sanno essere. Un giorno trovai un libro che sarebbe diventato il mio corano. Un libro vissuto, maltrattato e macchiato di chissà cosa. “Sulla strada”, scritto da un tipo strambo con un nome francese quasi impronunciabile per la mia lingua di adolescente, passò dagli scaffali di una libreria alle mie piccole, avide zampe. Attraverso questa introduzione a Kerouac, in seguito mi avvicinai ai suoi compagni cospiratori, Ginsberg, Burroughs, Corso, Cassady, e agli altri sregolati. Ero diventato una specie di tossicodipendente da Beat Generation e lo sono ancora.

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Un travolgimento assoluto che sembra aver colpito anche Martina Tiberti e Raffaele Balzano (autrice e regista dello spettacolo “Tape#51 – Kerouac a teatro”, dal 31 gennaio al 5 febbraio al teatro Trastevere). I due flirtano imperturbabilmente e senza sosta per tutto il tempo con la prosa stuprata dallo scrittore franco-canadese ispirandosi a Frisco: il nastro capitolo del libro Visioni di Cody,  Tape#51 e ripercorre le tematiche della poetica di Kerouac, dalla velocità beat di Sulla Strada alla solitudine buddista di Angeli di desolazione. Ozone Park, New York, 1951. Jack Kerouac e Neal Cassady si chiudono in casa per un esperimento letterario a suon di vino e marijuana. Per ritrovare l’autenticità di una scrittura vera i due compagni di viaggio decidono di registrarsi per intero mentre farneticano beatamente come seghe circolari ad alta velocità. Lo spettatore, capovolto anima e corpo nel loro mondo di paradossi e discussioni cervellotiche, in un mix lisergico di desideri prussiani, assorbe come una spugna tutto ciò che può da quest’opera, forse sbalordito che qualcuno potesse rigurgitare tanta onestà sulla carta.

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Le infuocate interpretazioni di Vania Lai e Giuseppe Mortelliti alla presenza scenica mistica e schizofrenica di Pietro Pace e Raffaele Balzano ai quali perdoniamo il fatto di non aver avuto una dizione non impeccabile. Una colonna sonora sospettabilmente perfetta e una scenografia azzeccata fanno da sfondo alle sante parole di questi grandi scrittori che bruciano nella testa dello spettatore fino alla fine dello spettacolo, condensato sapientemente in meno di un’ora.
Sono certo di aver visto in sala almeno due occhi stringersi e poi cominciare a brillare come due luci: è chiaro che l’infinita saggezza e ipersensibilità di questi personaggi erano le loro maggiori qualità e in alcuni casi, come credo per Kerouac, giocarono un ruolo fondamentale nella loro fine.
Tape#51 è uno spettacolo che va aspirato a lungo, con una boccata mostruosa, come il capolavoro di Kerouac.

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