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Football. Il calcio come fenomeno religioso

Cinque minuti al fischio d’inizio e sono già tutti riuniti sul divano. Birra in mano, patatine per smorzare il nervosismo e religioso silenzio. E su questo religioso silenzio che si svolge la partita di calcio. Ci sono imprecazioni, frasi d’effetto ma il tutto rimane elettrizzato, in trepidante attesa di un calcio di punizione o di rigore. Milioni di persone incollate al televisore, maxi schermi, radioline per ventitré giocatori per parte e un palla.

In Francia proprio in questo Giugno 2016 si stanno svolgendo gli Europei e il calcio diventa la prima fonte di spettacolo, un “flusso di persone che si muovono a intervalli regolari per confluire nei nuovi santuari moderni”. Non più le chiese ma Stadi.

Marc Augé, etnologo francese, nel suo Football. Il calcio come fenomeno religioso (EBD, 2016) ne dà una chiara immagine.

Il libricino si presenta come un tascabile ma una prima lettura ha bisogno sicuramente di una seconda perché come tutti i saggi ha delle stratificazioni di conoscenza che vanno approfondite. Augé ha condensato il suo sapere di etnologo senza dare ovvietà. Ha saputo, in poche pagine ma preziose, farci entrare in una nuova religione con nuovi santuari e nuovi rituali: il Football. Le televisioni si sono trasformate in nuovi altari domestici. La domenica pomeriggio e il mercoledì di coppa nei nuovi orari precisi e improrogabili di riunione. Il goal o l’alleluia gridato tutti insieme, nel nuovo linguaggio del coro.

La storia del calcio affonda le sue radici in Inghilterra. I primi club calcistici nascono tra gli anni Cinquanta e Settanta dell’Ottocento grazie ai giovani. Molti club furono fondati da professionisti mentre altri da operai dilettanti. La storia sociale del calcio si basa su questa dicotomia. Ed è interessante addentarsi in queste pennellate di storia e di “fede” calcistica.

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“I Terrestri praticano una religione unica e senza dèi.”

Una frase che potrebbe sembrare scoordinata dal resto ma che trova come tutto una chiara collazione. Augé entra nel mondo del calcio sviscerandolo dal profondo ed era difficile in un saggio così breve. Egli riferisce il calcio come un fatto sociale totale, perché riguarda, più o meno tutti gli elementi della società ma anche perché come “gioco“si lascia considerare da diversi punti di vista.

Nel rituale sportivo l’attesa si colma nella celebrazione stessa: alla fine del tempo regolamentare le sorti saranno decise ma il futuro sarà esistito- frammento puro di tempo, grazia proustiana a uso popolare.”

Il calcio dunque come pratica o come spettacolo? Come oppio dei popoli o presa di coscienza?

 

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